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padiglione ungherese
Anna Baróthy (1977, glass artist, designer, www.arcus-muhely.hu)
Balázs Bodó (1975, economist, media researcher, more info)
Attila Bujdosó (1981, architect, more info)
Panni Dávidházy (1973, trend consultant, more info)
Pierre Földes (composer, filmmaker, photographer, more info)
Krisztián Kelner (1975, architect, musician, www.arcus-muhely.hu, www.moire.hu)
Ida Kiss (1979, architect, www.opaq.hu)
Gergely Kovács (1975, architect, www.opaq.hu)
Melinda Matúz (1979, architect, www.opaq.hu)
Attila Nemes (1973, art historian, curator, more info)
Anita Pozna (1975, architect, www.aether.hu)
Gergely Salát (1975, sinologist, more info)
Adam Somlai-Fischer (1976, architect, interaction designer, www.aether.hu, www.nextlab.hu)
Barbara Sterk (1975, sociologist, media artist, more info)
Tamás Szakál (1973, media artist, www.nextlab.hu, more info)
Samu Szemerey (1976, architect, researcher, more info)
Zsuzsanna Szvetelszky (1969, researcher, communication expert, more info)
website - http://www.reorient.hu/index.html
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differenze architettoniche a MILANO

-- Milano SANTA GIULIA - quartiere di Montecity-Rogoredo - Foster
-- Milano - EX FALCK - progetto : Renzo Piano
- case riscaldate con l'acqua di falda ...
altri progetti in corso a Milano
- LA FIERA - Tre grattacieli alti 200 metri con uffici, un grande parco con canali d'acqua, il resto destinato alle residenze. Sarà questo, nel 2014, il nuovo volto dell'area che ospitava la Fiera secondo il progetto elaborato da Daniel Libeskind, Arata Isozaki e Zaha Hadid.
- Il «PIRELLONE BIS» di I.M. Pei sarà un complesso architettonico in ferro e vetro di andamento sinusoidale, al centro del quale si innalzeranno due torri intersecate di 32 piani, alte oltre 160 metri, 33 metri in più del vecchio Pirellone.
- GARIBALDI-REPUBBLICA - La Città della moda progettata da Cesar Pelli nascerà intorno a una piazza rotonda di 100 metri di diametro a 6 di altezza. Intorno, palazzi in ferro e vetro. Interrati, gli assi di scorrimento veicolare e ferroviario, parking e i negozi.
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workscape
progetto.
Il percorso espositivo si articola in tre episodi, che ruotano intorno ad altrettanti nuclei concettuali.
La mostra è curata da Margherita Guccione e Mario Lupano.
All’esterno del Padiglione Venezia Italo Rota ha appositamente ideato una piccola architettura segnaletica esterna al Padiglione che introduce alla mostra esaltando simbolicamente l’idea di cantiere fondata sul principio della estraneità reciproca tra il costruire e l’opera finita.
L’installazione ridefinisce l’estetica del cantiere attraverso l’acquisizione e la rielaborazione delle sue simbologie da “addetti ai lavori”. Un luogo, macchina dell’immaginario collettivo popolare e pur tuttavia elitario, fatto di eccellenze tecniche, di misteriosi linguaggi che governano altrettanto misteriosi rituali.
Le interconnessioni, nitide e caleidoscopiche, che emanano dalla piccola architettura di Rota rimandano a un’interpretazione del cantiere come mandala.
Un efficace accostamento tra due entità dotate entrambe di logica interna, che si formano per infine svanire.
L’installazione diventa una metallica e cangiante presenza templare, all’interno della quale una doppia fila di cariatidi sostiene un elemento cubico.
Sulle facciate lucenti, sul pavimento e sul soffitto affiorano decorazioni a mandala, esplosioni-implosioni grafiche di Giorgio Camuffo che interpretano i segnali e le simbologie del cantiere. Nei video scorrono le immagini del progetto “Monitorare il cantiere” che ha documentato l’andamento dei lavori del MAXXI dalla posa della prima pietra a oggi.
Nel Padiglione Venezia
L’allestimento sviluppa il tema “costruire il museo”. Su tutta la lunghezza della parete curva viene presentato il progetto “Cantiere d’autore”, per il quale la DARC ha coinvolto numerosi fotografi (autori) per interpretare il cantiere del MAXXI, un’architettura autoriale (grazie al progetto di Zaha Hadid), sede del Museo nazionale delle arti del XXI secolo.
Sulla superficie, allestita con fogli di carta accidentalmente appesi, si alternano le immagini dei fotografi, i video e altri materiali museali.
Si tratta di un collage che raduna innumerevoli reperti della ritrattistica del cantiere, dei suoi valori sociali e identitari. Una ricca iconografia transdisciplinare che accompagna il visitatore attraverso il cantiere delle macchine, delle gru, dei ponti trasportatori, della movimentazione degli elementi costruttivi da assemblare, con percorsi che vanno dalle scene dello spettacolare montaggio del Cristal Palace ai fotogrammi del video Cremaster di Matthew Barney, per raccontare le diverse interpretazioni del cantiere che la cultura del Novecento ha prodotto.
Affiorano i fantasmi di un immaginario eroico, fatto di atmosfere epiche, ritmi costruttivi e ri-costruttivi, dove il cantiere può diventare un immenso dispositivo didattico utile a coltivare il sentire civico di una costituenda comunità.
Il flusso visivo, generato dai fogli attaccati in modo instabile quasi a richiamare l’idea dei lavori in corso, collega il “cantiere edilizio” alla collezione del nascente museo di architettura, costituita dalle carte degli archivi dei grandi architetti e ingegneri del Novecento con le testimonianze dei processi costruttivi delle opere.
immagini del cantiere dal 2004
scheda della mostra pdf
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padiglione russo - Brodsky




In concomitanza con la Biennale dell’Architettura di Venezia, dove Brodsky realizza il progetto
“Località abitate” per il padiglione della Russia, la Galleria Milano presenterà un gruppo di disegni e tre recenti lavori realizzati appositamente.
Su uno dei “Tre tavoli” che danno il titolo alla mostra, sono esposte, allineate, una serie di bustine da the usate e coperte di disegni e annotazioni; su un altro tavolo i pesi delle vecchie bilance realizzati in creta fermano dei messaggi scritti su foglietti di carta sottile che il vento, come il tempo, cerca di disperdere. Sul terzo tavolo una fila di teste di argilla guarda fissamente la televisione inserita nella nuca della testa che le precede.
Ricorre in tutti i lavori di Brodsky, sia artistici che architettonici il tema della memoria. I ricordi sono parte integrante di ogni essere umano, sono la dimensione nascosta della realtà, anche al di là della memoria consapevole. Brodsky sente la necessità di una presa di coscienza della fatalità e della continuità fra passato e futuro, senza melanconia o nostalgia, ma piuttosto velata da sottile ironia. Resti e tracce del passato rivivono continuamente ed acquistano sempre nuovi significati. Nelle installazioni di grandi citta di creta come “Coma” e come “20 garbage containers” esposto alla Biennale di San Paolo nel 2002, oltre al fatale decadimento delle grandi città Brodsky pone sotto i nostri occhi il non lontano disastro ambientale. Nel tavolo con le teste tutte uguali, tutte in fila, intente a guardare lo stesso programma televisivo sentiamo la solitudine e l’alienazione dell’era tecnologica.
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