dal comunicato di IMAGE AS LANGUAGE
"La trasformazione dell’immagine in linguaggio attraverso delle opere importanti dagli anni ’70 a oggi.
E’ stato intorno agli anni Settanta che gli artisti hanno cominciato a prendere coscienza del fatto che le Forme – qualunque forma – non erano più sufficienti a giustificare un’opera d’arte.
Di questo cambiamento sostanziale - che oppone all’estetica delle apparenze e al formalismo modernista del dopoguerra la necessità di un approccio concettuale al fare arte -, la nostra mostra propone un’antologia di opere storicamente molto importanti che sono, per tecnica e per risultato, molto diverse tra loro. Ritroviamo qui : pittura, video installazione, scultura, fotografia, e performance. Il filo rosso che le unisce non è quindi la forma dei linguaggi, ma un progetto e una sostanza più impalpabili ed intriganti: ogni opera trova la giustificazione della sua esistenza nella volontà dell’artista di raccontare e/o di ragionare su qualche cosa che gli sta a cuore attraverso un linguaggio di sua invenzione, giustificato sia dalla materia del racconto sia dalle associazioni mentali e dalle preferenze dell’artista, che attinge alla sua propria vita al fine di trovare un punto di contatto che gli permetta di condividere con l’osservatore, cioè con NOI, ciò che gli interessa dire. A differenza di quanti usano l’alfabeto e le parole e le immagini correnti per esprimersi, qui ogni artista crea un proprio codice-linguaggio espressivo anomalo con cui gioca per costruire (e destreggiarsi) fra i suoi significati. Poiché di primo acchito è difficile farsi capire usando lingue sconosciute agli altri, un aspetto comune di questi codici ribelli alle solite regole è di essere anche visivi: in quanto immagini essi possono più facilmente stabilire un punto di contatto e condividere il loro messaggio con chi guarda. Ciascuna opera ha quindi la caratteristica fondamentale di coinvolgere a suo modo lo spettatore, sia come parte passiva - quando noi siamo solo osservatori dell'opera -, sia come parte attiva quando ci si chiede di interpretare, giudicare e leggere ciascuna opera attraverso il nostro inconscio, l’esperienza, le emozioni e il pensiero che essa ci suggerisce. D'altronde ogni linguaggio è solo un mezzo, universalmente riconosciuto, per comunicare le proprie idee ed i propri stati d'animo ma il pensiero, i sentimenti e l'irrazionale sono la base su cui vengono montate ‘ le parole’, che qui sono ‘immagini’ che costruiscono linguaggi.
Claudio Parmiggiani (1943)
L’”Alfabeto” di Claudio Parmiggiani, creato nel 1973, è una trasfigurazione complessa dell’alfabeto comune, che finisce per mettere in scena una specie di annientamento parodistico o ‘mostrificante’ del nostro principale codice di comunicazione astratta. Alla base dell’opera vi è l’incredibile collezione di Storia Naturale di Lazzaro Spallanzani: una raccolta di uccelli colorati, di stelle fossili, di scheletri minuscoli e grotteschi degna de La danza della morte di Holbein e delle figure di una cattedrale gotica del Nord. Utilizzando questi reperti di una storia naturale costruita sulle eccezioni e sui disordini del mondo, Parmiggiani crea le tavole di un alfabeto immaginario quasi Boschiano. Questo “Alfabeto” per gli occhi del corpo e della mente si sviluppa nell’inconscio e nella visione sia dell’artista che di chi guarda. Infatti le lettere non servono per formare parole; sono invenzioni allo stato puro su cui ognuno può improvvisare un grande gioco composto da milioni di combinazioni, di cui nessuna è esatta ma tutte sono individualmente corrette. Solo così l’artista prova a superare il grande problema del rapporto fra la regola e il caos, l’universale e l’ultraimprevedibile ed individuale che finirà per ossessionare le generazioni che vivono il passaggio dal moderno al postmoderno.
Vincenzo Agnetti (1926 - 1981)
Gli esordi di Vincenzo Agnetti come amico e compagno di strada di Piero Manzoni, Enrico Castellani e del Gruppo Azimuth testimoniano delle prime avvisaglie di questa crisi di una Modernità che si cominciava a sospettare potesse risultare inadeguata rispetto al caos che poteva venire avanti col futuro. Il lavoro di Agnetti elabora i timori di questo senso di perdita di valori, di senso, di contenuti – che verranno più tardi (col postmoderno appunto) riempiti, da altri, attraverso l’accumulazione caotica dei frammenti più disparati – senza mai tradire sostanzialmente l’impostazione universalistica ed essenziale delle opere. Ognuno dei suoi lavori parte da un’impostazione algida a cui la grande intelligenza dell’artista tende continuamente agguati e trappole che ne stravolgono – il più delle volte fino a negarlo – il significato. Tempo, memoria, linguaggio nelle sue opere divengono armi a doppio taglio, strumenti che gli consentono di ‘dimenticare un libro a memoria’ e di scoprire, per fare degli esempi, che ‘quando mi vidi non c’ero’.
Le “Tavole di Dario tradotte in tutte le lingue del mondo”, create nel 1973, nascono da una riflessione sul linguaggio. Vincenzo Agnetti partendo dall'immagine di scritture cuneiformi (Le Tavole di Dario), compie una trasformazione azzerando il significato da esse rappresentate. L'artista rielabora l'antico scritto in una serie numerica da uno a dieci come mero supporto di intonazione, così facendo Vincenzo Agnetti toglie alla parola il suo significato e le ambiguità che può generare, lasciando allo spettatore un'opera tradotta in tutte le lingue del mondo: il codice numerico. Con una soluzione semplice ed immediata Agnetti riesce a far percepire visivamente al pubblico come partendo da un linguaggio, complesso e ai giorni d'oggi incomprensibile, si possa costruire un proprio linguaggio personale ed, allo stesso, tempo universalmente riconosciuto.
Gianfranco Baruchello (1924)
Gianfranco Baruchello comincia da subito, all'inizio degli anni '60 - in un periodo in cui l'esplosione della Pop Art con la sua esasperazione di immagini campite, elementari, decorate con colori primari era il linguaggio di riferimento - a creare uno stile in antitesi: disegni e calligrafie manuali minuscole. La sua pittura dotata di un’impronta riconoscibile ed immediata, come in “Sappiamo che sei lì numero 5” del 1971, parte da grandi spazi bianchi riempiti da parole e forme tratte dalla quotidianità, dalla pubblicità e dalla televisione. Questi oggetti che fanno parte del nostro panorama quotidiano vengono miniaturizzate ed inseriti su questo sfondo bianco che diventa taccuino ma, col tempo, anche progetto di una possibile sceneggiatura per un film a venire. Per rendere il processo più chiaro all'osservatore, Baruchello inserisce i suoi scritti anch'essi quasi illeggibili. La sua pittura è insieme linguaggio dell'inconscio ed alfabeto della quotidianità come si scopre citando l'artista, anche regista e scenografo, che in una conversazione con Arturo Schwarz dice: “ Questi quadri sono stati concepiti, in senso lato, come programmi di trasmissioni televisive che potrei fare se – invece di una lastra di alluminio – potessi disporre di una stazione emittente televisiva. Anch'io trasmetto ipotesi, notizie, pubblicità, musica, poesia faccio spettacolo”.
Franco Vaccari (1936)
Per Franco Vaccari l’altro, cioè NOI, costituisce una buona metà dell’opera. Ogni opera infatti è pensata come una specie di seduta psicanalitica - o se preferiamo come una imboscata benevola, giocosa ed ironica - che ha lo scopo di farci scoprire i condizionamenti sociali di cui siamo vittime inconsapevoli, per insegnarci a ‘vedere davvero ed in prima persona’, come egli dice. Una delle Esposizioni in Tempo Reale più esilaranti e riuscite è quella intitolata Il cieco torna subito ( poichè è stata realizzata a Graz in Austria nel 1973, il titolo originale è Der Blinde Kommt Gleich ). Ispirandosi ad un mendicante non vedente che chiedeva la carità alla fermata del tram vicina al Museo dove egli esponeva, Vaccari improvvisa una installazione video dopo avere filmato il vecchio cappello del cieco. Il video, proiettato al posto del mendicante alla fermata del tram assieme al cartello con sopra scritto ‘Il cieco torna subito’, coglieva di sorpresa i passanti, che riconoscevano il cappello che erano abituati a vedere assieme al mendicante. L’intento programmatico di questa precoce riflessione sul rapporto fra finzione, realtà ‘vera’ e realtà ‘virtuale’ suscita, anche nella visione della tavola che racconta le reazioni dei cittadini, una presa di coscienza dei nostri riflessi condizionati sia nei confronti della differenza fra ‘guardare’ e ‘vedere’, sia rispetto alla nostra abitudine a scambiare l’immagine televisiva con la realtà tout court.
Vito Acconci (1940)
“Air Time” è un’installazione/performance creata da Vito Acconci nel 1973 per la Galleria Sonnabend di New York. Probabilmente è una degli happening più autobiografici ed intimi mai creati dall’artista in quanto rende pubblico la fine della sua relazione quinquennale con Kathy Dillon. L’artista si chiude in una camera isolata per tre ore al giorno per due settimane. Un sistema di videocamere a circuito chiuso riprende Vito Acconci mentre parla con se stesso, mentre si guarda allo specchio recitando diverse scene della sua relazione con Kathy. Degli audio tape sono collocati nella galleria in sette scatole in legno. E al fianco di ciascuna di esse sono presenti dei sedili per il pubblico. La voce dell’artista può essere così ascoltata a volume molto basso da ciascuna scatola:” Quello che sto facendo è molto difficile da rivelare… così la mia voce dal passato (registrata sul nastro) può essere usata per allontanare, insultare, deludere, e trasportare”. Vito Acconci ha bisogno della presenza del pubblico per rimanere fedele a sé stesso, anche se è conscio che questo può essere un rischio portandolo a recitare al fine di avere un perdono e un’assoluzione. Questa stanza dei segreti che poi in realtà non è, rivela la volontà di Vito Acconci di oscurare sia il pubblico che il privato. Alla conclusione del nastro la sua prima intenzione di finire la relazione con Kathy: “venire a termini con la nostra relazione vuol dire forse finire la nostra relazione”; “e in parallelo l’identificazione con il pubblico[…] è allo stesso modo la fine della relazione tra l’artista ed il pubblico stesso”.
Vito Acconci crea un linguaggio personale fatto di recitazione e parole grazie alle quali racconta le sue esperienze personali ed i suoi pensieri più intimi. Li trasforma poi in opera d'arte grazie alla registrazione di audio e video, che diventano, così, mero mezzo di comunicazione e non oggetto di riflessione, e alla creazione di progetti fotografici accompagnati da testi che in questo caso sono concepiti come frammenti disegnati/scritti su pannelli. Solo attraverso l'utilizzo di questi mezzi riesce a esplicitare il proprio personale linguaggio, che ha come oggetto finale il pubblico sia come parte attiva, giudice delle sue azioni, che come parte passiva, spettatore e controparte ricettiva.
Ketty La Rocca (1938 - 1976)
Appendice per una Supplica è un video muto, realizzato in collaborazione con Gerry Schum, b/n, durata 9’, nel 1972, ed è anche il titolo della video-opera, che venne presentato nel 1972 alla XXXVI Biennale di Venezia, nella sezione Performance e Videotape, curata e in parte prodotta da Gerry Schum. In questa ed altre opere e studi che rielaborano le stesse tematiche, Ketty La Rocca costruisce un suo linguaggio attraverso le nostre appendici più comunicative “oltre la parola”, e cioè attraverso le mani. Il video è diviso in tre parti come il libro In principio erat, che venne presentato nella stessa Biennale veneziana del 1972, nella sezione Il libro come luogo di ricerca, curata da Renato Barilli e Daniela Palazzoli.
Ketty La Rocca dopo avere compiuto dei gesti quotidiani ed avere inserito la propria mano sinistra aperta o serrata a pugno fra due mani serrate, sceglie un gioco di stampo infantile per auto-sottrarsi le dita della mano. In questo modo carica queste attività apparentemente leggere e giocose di un messaggio drammatico. Esse rappresentano per lei una chiara allusione alla fine, alla morte che l’artista sente vicina a causa della sua malattia.
Angelo Bucarelli Con “LINGUA” , LA PAROLA usata da Bucarelli non è solo una forma astratta che sta al posto di un significato. Essa è una scultura, che proprio grazie alle caratteristiche di fisicità di questo linguaggio riesce a trasformare forme astratte come alfabeto e parole in veicoli di un’altra lingua, quella della scultura, della plasticità e dei comportamenti dei corpi. Noi facciamo fatica a percepire la vera ‘sostanza’ di questi corpi-parola quando li vediamo riprodotti, poiché sulla pagina stampata essi divengono inesorabilmente immagine e tornano ad essere segni astratti dell’alfabeto. E’ solo quando li vediamo e li viviamo dal vero, installati su una parete o magari mentre pendono dal soffitto – pesanti e tattili, oltre che giocosi, come delle sculture di Bucarelli, e non ‘leggeri’ come potrebbero essere ad esempio dei Mobiles di Calder -, che scopriamo la duplicità della loro natura. Le scritte rese pesanti dall’uso dei metalli, sensuali dalla tattilità delle loro superfici, ammiccanti dai bagliori dei metalli e dei colori non sono più parole ma corpi, presenze fisiche installate nello spazio. Viste riprodotte esse ridivengono scritte, astrazioni, stereotipi come accade a certi personaggi riprodotti sui rotocalchi sotto pesanti occhiali da sole.
Si ringrazia per la collaborazione
Lucilla Saccà ,docente di storia dell’arte contemporanea all’Università di Firenze."
osartgallery.com - Milano